Serata pubblica del Sinodo su «Essere chiesa insieme»
CHIESE «MODIFICATE» DALL'IMMIGRAZIONE
Molte delle nostre chiese sono state positivamente modificate dall’apporto dei credenti immigrati. Le sfide della formazione e del pieno inserimento nella realtà italiana
di Italo Pons
Sinodo del 1855: la Chiesa valdese è intenta ripensare a fondo la sua organizzazione. La rappresentanza delle chiese sorelle, a differenza di oggi, è molto limitata e circoscritta alla realtà delle chiese libere europee. Il rev. William Gibson, della Chiesa presbiteriana d’Irlanda, concluse il suo intervento di saluto con queste parole: «Non basta ad una chiesa l’aver il sacro deposito. Essa lo deve portar in paesi lontani, deve essere non solo evangelica, ma anche evangelistica, Padri e fratelli il campo di Dio non è il Piemonte, l’Italia o l’Europa; ma il campo è il mondo». L’appello rafforzò probabilmente, nei mesi a venire, le diverse attività già all’opera, soprattutto attraverso collette, rivolte a sostenere il movimento missionario. L’assemblea sinodale ritornò serenamente, quel giorno di maggio, alle sue deliberazioni che avrebbero dato la struttura capace di gestire l’evangelizzazione della Penisola. La preparazione a affrontare il «mondo» richiese qualche decina di anni. Tuttavia le missionarie e i missionari partirono anche dalla minuscola Chiesa valdese.
Ho voluto collegare questo episodio con la serata pubblica del 23 agosto, quando la corale della chiesa valdese di Brescia, composta da sorelle e fratelli africani ha fatto il suo ingresso in corteo, con il canto di un inno, in quello stesso tempio che 155 anni prima aveva ascoltato l’appassionato intervento dell’irlandese: «il campo e il mondo». Sappiamo come siano ragioni economiche, in particolare carestie e situazioni di instabilità politica, a determinare nel nostro tempo i grandi fenomeni migratori che coinvolgono in maniera inedita il nostro paese. Tuttavia è innegabile che se le nostre chiese si trasformano, attraverso la presenza di uomini e donne che vengono da altre culture, è in buona parte frutto della tradizione missionaria che abbiamo evocato ricordando, tra i tanti esempi, quello del lontano intervento di Gisbon.
La serata pubblica del Sinodo ha voluto, quest’anno, presentare la multiforme realtà dell’ «Essere chiesa insieme». Molte delle nostre chiese sono state positivamente «modificate», ha detto, in apertura dell’incontro, la presidente del Comitato permanente dell'Opcemi Alessandra Trotta, che ha guidato la regia della manifestazione. Modificate per l’apporto della profonda spiritualità, del credere semplice e convinto, e nello stesso tempo in virtù di un forte radicamento nella propria appartenenza evangelica. In altre parole, si legge la Bibbia, si prega e si canta, come abbiamo ascoltato quella sera, coinvolgendo non solo la mente ma anche il corpo, come quando si deposita l’offerta danzando. Un insieme di tradizioni e di sensibilità che necessitano, per le nostre chiese, di essere mediate e accompagnate quando diverse anime imparano a vivere e convivere insieme.
Un uso del tempo molto meno legato alle nostre esigenze di brevità – si veda una certa allergia, da parte nostra, verso i culti che superano di qualche minuto l’orario canonico. Realtà, quelle dell’immigrazione, che convivono pienamente con le nostre chiese, come nel caso di Palermo, Bologna, Brescia, Como, Bergamo, per citarne alcune. Altre che sono nate e cresciute in realtà dove non vi erano nostre chiese come Pordenone, o – in via di costituzione – Bassano del Grappa: metodisti presbiteriani insieme. Bisogna andarci per farsene un idea: assistere a un’ordinata liturgia in un grande capannone, che per alcuni versi ti riporta direttamente in Ghana, in Togo, Camerun, ma nello stesso tempo le nuove generazioni si esprimono già in un perfetto italiano con accento dialettale locale.
Hanno tratteggiato queste identità, queste storie di emigrazione, ma anche di sfida per un pieno inserimento della loro gente (che ora è divenuta anche nostra), i pastori George Ennin ed Elymas Newel: pastori mandati dalle loro chiese a svolgere questo compito, così come le nostre chiese, un tempo, li mandavano in Sud America, negli Stati Uniti e in Germania, Africa, Sud America – è il caso di Genova – ma anche Oriente, come la Chiesa coreana di Roma, formata per la maggioranza da studenti che al termini dei loro studi fanno ritorno in Patria. Li abbiamo potuti ascoltare con entusiasmo mentre ci hanno regalato alcuni brani canori. Gli applausi non sono mancati.
Nel quadro della formazione, e del riconoscimento dei ministeri, Corinne Lanoir, che con Yann Redalié ha curato la formazione per i predicatori locali nel II Distretto, che ha raggiunto una quarantina di iscritti, ha sottolineato che «Essere chiesa insieme», significa imparare a studiare dei testi «partendo da forti esperienze di identificazioni capaci però di costruire un itinerario nel quale Dio oggi ci parla». Per la moderatora Maria Bonafede questa esperienza, ricca nella sua varietà, è stato un dono che non abbiamo scelto ma che ci è stato offerto.
Il prof. Paolo Naso, coordinatore del progetto «Essere chiesa insieme» della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha tratteggiato un quadro dell’emigrazione che coinvolge in maniera traversale il nostro tempo e il nostro mondo. In questo quadro la presenza evangelica assume dati di tutto rilievo. «Sono oggi tra noi da 3/400mila evangelici. Due chiese su tre ne sono coinvolte: dati che nel nostro paese sono ampiamente ignorati».
La serata è stata ricca di suggestioni e intercalata da brani musicali espressione della gioia e della riconoscenza che solo il canto è in grado di ben manifestare. Quelle «estremità della terrà» ci restituiscono una pagina nuova della nostra presenza evangelica in Italia. Effettivamente è un dono che non avevamo previsto. Ma il Signore ci stupisce ancora! Tratto da Riforma del 10 settembre 2010 |