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SINODO 2010

Il discorso del Moderatore dopo la rielezione

BENEDITE E NON MALEDITE

I temi su cui siamo chiamati a riflettere nel prossimo anno: l’accoglienza della multiculturalità, un nuovo assetto per il Sinodo, le benedizioni, l’unità d’Italia

di Maria Bonafede

Maria Bonafede, moderatore della Tavola ValdeseUsciamo da cinque giorni molto intensi, di confronto appassionato e talvolta difficile su temi importanti per la vita della nostra Chiesa. Alla fine di questa settimana, allora, ha senso chiedersi dove stiamo andando, quali sono le mete verso le quali tutti noi – pastori e pastore, diaconi e diacone, membri di chiesa, comunità locali, le diverse strutture di governo delle chiese – siamo chiamati a procedere nel prossimo anno.

Accoglienza
1) La parola chiave che forse meglio rappresenta il cammino che abbiamo svolto e indica quello che è ancora di fronte a noi è «accoglienza». Nella serata di lunedì abbiamo celebrato l’accoglienza della multiculturalità: attraverso le testimonianze, le analisi e i canti che ci sono stati proposti, tutti noi abbiamo potuto vedere come la nostra Chiesa stia cambiando. In un tempo ormai lontano al nucleo valdese storicamente radicato nelle Valli si aggiunse la realtà della diaspora; negli anni ’60 il Sinodo è giunto, dopo 12 anni di discussione, all’ammissione delle donne al ministero pastorale e io ricordo di essere stata mandata dalla Tavola nel 1986 alla chiesa valdese di Brescia, la quale dieci anni prima aveva deciso che non avrebbe mai accettato una donna come suo pastore (naturalmente io non lo sapevo): è una chiesa che ho amato e curato con impegno e di cui ricordo con emozione l’amore e le cure che ho ricevuto, anche se ho dovuto impiegare tre mesi a riportare in chiesa chi non riusciva ad accettare che il suo pastore fosse una donna. Oggi la chiesa di Brescia ha ricevuto la grazia di accogliere centinaia di fratelli e sorelle africani, alcuni dei quali siedono nel Consiglio di chiesa.

In tempi più recenti l’identità valdese si è intrecciata e fecondata con quella metodista. Oggi viviamo un altro cambiamento di portata storica, quello che aggiunge alla realtà delle chiese valdesi e metodiste italiane la presenza di qualche migliaia di fratelli e sorelle immigrati: dall’Africa, dall’Asia, dal­l’America latina. Come abbiamo visto è un cambiamento arricchente e complesso che noi ci sforziamo di vivere nel quadro dell’accoglienza. Di una reciproca accoglienza. Quando parliamo di integrazione pensiamo sempre a una relazione bilaterale, che spinge tutti al cambiamento: gli italiani e gli immigrati, i fratelli e le sorelle che giungono nelle nostre chiese provenendo da chiese di missione e coloro che sono valdesi e metodisti italiani da generazioni. La nostra è stata, è e dovrà essere un’accoglienza reciproca nella quale ciascuno offre qualcosa di sé, della sua storia e della sua identità e fatalmente finisce per perdere qualche pezzo di ciò che è stato. La grande speranza che ci muove è che quello che guadagniamo nel­l’incontro e nella reciproca accoglienza sia più importante e prezioso di quello che rischiamo di perdere. Ma non è solo una speranza: la fede stessa è un incontro, un’accoglienza che cambia, trasforma e arricchisce.
Come cristiani crediamo che quello con Dio è un incontro nella reciproca accoglienza: egli si accoglie in Gesù Cristo così come noi siamo chiamati ad accogliere Lui nella nostra vita.

Nuovo assetto?
i lavori del sinodo2) In secondo luogo vorrei anche spendere una parola sulla decisione presa di mettere allo studio un nuovo assetto e una nuova composizione del Sinodo. Vorrei dire che a qualunque conclusione si giunga quello che conta e che è fondamentale, è che si rimanga «Sinodo» non solo nel senso etimologico della parola, ma nella sua sostanza: sinodo significa un cammino comune, camminare insieme. Cioè la possibilità di persone diverse e diversissime, credenti del Sud e credenti del Nord, persone semplici e persone di grande cultura, donne e uomini, italiani, africani, sudamericani che invocano insieme il Signore perché li assista e li guidi nelle decisioni e nel percorso che insieme vogliono intraprendere e continuare. Il Sinodo, che inizia con la predicazione dell’Evangelo e termina con la Santa Cena e, come in un lungo culto, ascolta la Parola di Dio, ma ascolta anche le parole e i silenzi dei fratelli e delle sorelle e si assume la responsabilità di scegliere. Nel Sinodo abbiamo bisogno gli uni e le une delle altre, degli altri, dei pastori e delle pastore che hanno decenni di ministero alle spalle e di quelli più giovani, anche quando esprimono le loro fragilità, che vanno ascoltate. La chiesa, a mio avviso, ha bisogno che nel Sinodo siedano anche i colleghi e le colleghe emeriti, di pastori e deputati nel pieno delle proprie energie, di deputate e deputate e pastori che abbiano visto e conosciuto molte cose perché hanno tanto vissuto, di diaconi e diacone e di coloro che più lavorano nella diaconia,… perché possa essere davvero un cammino comune.

Benedizioni
3) Di questo Sinodo si parlerà molto per la decisione di benedire le coppie omosessuali. Un tema difficile, delicato che sappiamo turba alcuni nostri fratelli e alcune nostre sorelle. La Chiesa ha mostrato di saper rispettare questo turbamento e non intende ignorarlo. La decisione che abbiamo preso con un’ampia maggioranza non esime tutti e tutte noi dal proseguire il confronto e l’approfondimento con chi ha manifestato perplessità o un parere decisamente contrario. La ricchezza della tradizione della Riforma, la sua eccezionale modernità in un tempo complesso come quello di oggi, è che vive nel confronto e del confronto.
Anni fa ebbi il piacere di visitare la leadership della Chiesa Unita di Cristo degli Usa, per intenderci quella a cui appartiene il presidente Obama: una chiesa storica del protestantesimo degli Usa, di impostazione teologica certamente liberal. Bene: alla fine della visita il presidente mi regalò una piccola spilletta rossa a forma di virgola. «È il logo della nostra campagna evangelistica – mi disse – Una virgola perché la fede non mette mai un punto». Bene, idealmente vorrei che anche noi valdesi e metodisti concepissimo i nostri ragionamenti come ragionamenti con la virgola: prendiamo le decisioni che dobbiamo prendere, assumiamoci le responsabilità che in coscienza sentiamo di doverci assumere ma restiamo aperti, sempre vigili e aperti al confronto.

i lavori del sinodoQuesto Sinodo non ha voluto rinviare una decisione che era stata sollecitata da alcune chiese locali; si è assunto una grande responsabilità. Ma questa decisione sarà tanto più solida e convincente quanto più si accompagnerà a una sincera volontà di approfondire il tema e di dialogare con chi invece, questa decisione, non ha condiviso. Questo oggi voglio dire a chi esce da questo Sinodo convinto della scelta della sua Chiesa e a chi, invece, ne esce preoccupato o deluso. Una chiesa della responsabilità sa di dover prendere le sue decisioni, per quanto difficili; una chiesa dell’accoglienza sa che in Cristo tutti siamo sempre chiamati a una relazione di fraternità, scambio, dialogo, condivisione.

Responsabilità
4) Accoglienza e responsabilità. Due parole che possiamo spendere anche quando parliamo del paese, della sua realtà politica e della sua innegabile crisi morale. È un tema che è tornato spesso nel corso di questo Sinodo, apertosi con parole di viva preoccupazione per la situazione che stiamo vivendo. Come protestanti non abbiamo né intendiamo proporre alcuna ricetta per uscire dalla crisi politica in atto: affrontiamo il tema laicamente affidandolo alla responsabilità laica delle forze politiche, della società civile, dell’opinione pubblica, dei cittadini. Come protestanti però non viviamo chiusi nelle nostre assemblee e nei nostri templi: viviamo nella città e sentiamo nostri i suoi destini. Da qui le nostre preoccupazioni quando vediamo la città chiudersi in se stessa, irrigidirsi nella paura e nel sospetto, alzare mura di protezioni contro nemici pregiudiziali e vagamente definiti.

Cittadini e cittadine
Oltre che credenti dell’accoglienza siamo anche cittadini e cittadine dell’accoglienza: per questo anche in questo Sinodo abbiamo chiesto diritti per gli immigrati e libertà religiosa per le minoranze confessionali ancora non riconosciute dallo Stato. Lo abbiamo fatto alla vigilia delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia che ci accingiamo a ricordare con particolare impegno. Mi sono chiesta perché una minuscola chiesa protestante si appassioni tanto per un Paese che l’ha perseguitata e denigrata fino a meno di due secoli fa, che non la conosce e non le riconosce spazio, né parola. Perché siamo così appassionati alle sorti del nostro Paese e alla sua unità? Il motivo risiede, a mio avviso, nel fatto che per noi celebrare l’Unità d’Italia non vuol dire anzitutto festeggiare l’evento che segnò l’inizio dell’emancipazione delle minoranze religiose. Anche, certo. Ma anzitutto perché significa guardare a un progetto, perché questo anniversario costituisce l’occasione per ragionare dell’Italia di oggi e di domani, del «patto» civile che lega i vecchi e i nuovi cittadini di questo Paese, dei problemi che da decenni attendono una risposta, dalla disoccupazione al mezzogiorno, dall’invecchiamento della nostra popolazione al degrado ambientale. Vogliamo un Paese unito, plurale, democratico e laico, in cui la generazione più giovane possa riprendere a sperare. Questa unità ci appassiona.

Voglio chiudere questi pensieri, avendo ben presenti le decisioni assunte dal Sinodo che si è concluso, con gli incoraggiamenti dell’ultima parte del capitolo 12 della lettera ai Romani: «Quanto all’ amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore; siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite» (Romani 12, 10-14).

 
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