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SINODO 2010

Il dibattito sulla benedizione delle coppie omosessuali

NON UN DIRITTO MA UN ATTO DI GRAZIA

L’ampia maggioranza con cui il Sinodo ha aperto alle benedizioni non deve far sentire emarginato chi ha ancora perplessità. Il Sinodo invita al rispetto delle diverse sensibilità

di Alberto Corsani

i lavori del sinodoLa decisione che il Sinodo ha assunto in merito alle richieste di benedizioni da parte di coppie dello stesso sesso è giunta dopo una discussione prolungata e intensamente vissuta, che ha rappresentato, ben lungi dalla «spaccatura» che alcuni paventavano alla vigilia e che altri hanno voluto vedervi all’indomani, un momento di forte unità della Chiesa. Una unità voluta e ricercata da chi si è posto su posizioni diverse, a volte anche molto distanti: sempre motivate, tuttavia, anche nei toni accorati e a volte perentori, anche nell’inconciliabilità di alcuni presupposti e determinazioni, dall’amore verso la propria Chiesa.

La Commissione d’esame aveva avviato la discussione con lo stralcio della lettera di una coppia al Concistoro milanese, dove si diceva che non si rivendicava un diritto, ma si parlava di un dono cui accedere e del «desiderio della condivisione dell’amore che ci lega». In questa ottica, sempre secondo la coppia, «la benedizione della nostra unione diventa per noi un atto di grazia». Sono sorte perplessità, distinguo, richiami al fatto che si può praticare sì l’accoglienza (e ci mancherebbe!), ma una benedizione è un’altra cosa, e un’interpretazione letteralista del testo biblico esclude tale evenienza, anche perché un unico modello di famiglia sarebbe possibile, quello costituito da un uomo e una donna. Ma non di un surrogato del matrimonio parlano le coppie dello stesso sesso, bensì dell’invocazione della benedizione che viene da Dio, e che la Chiesa, al più, può richiedere.

i lavori del sinodoIl rinvio del dibattito ha consentito a un gruppo ristretto, che rappresentava diverse posizioni, di proporre una serie di quesiti al Corpo pastorale nella serata del mercoledì. Le risposte hanno chiarito che non esistevano pregiudiziali o condizioni di ostacolo all’accettazione, da parte di un Concistoro o consiglio di chiesa locale, di una eventuale domanda di benedizione. Il dibattito riprendeva, nell’alternarsi di tre posizioni già emerse nel Corpo pastorale: i favorevoli; coloro che ritenevano necessario approfondire lo studio della materia, anche per la necessità di armonizzare una eventuale decisione con altre prassi e altre norme ordinamentali in materia di matrimoni; e la posizione infine, sostenuta essenzialmente da pastori e fratelli di chiesa africani, di chi vede la benedizione in netto contrasto con la Scrittura – ma dal Corpo pastorale emergeva che non esiste nella Bibbia la presentazione di un solo e unico modello di istituzione famigliare.

Ho udito nel dibattito molte riflessioni serie, approfondite e coinvolgenti, partite da presupposti biblici, etici, ordinamentali e anche di «politica ecclesiastica». La differenza rispetto alle persone coinvolte dal problema è che queste ultime – un fratello e una sorella – più che argomentare hanno «raccontato» la propria fede, dicendo di sentirsi chiamati da un Dio che fa parte della loro vita. Opportunamente un intervento pastorale ha messo in rilievo come già il semplice fatto di richiedere una benedizione possa essere visto come il segno di una grazia che ha toccato chi la richiede. Un’ampia maggioranza (105, con 9 contrari e 29 astenuti) approvava l’ordine del giorno che chiede alle chiese, eventualmente interpellate, di prendere in esame le richieste di benedizione, potendo decidere autonomamente in merito, pur restando in contatto con gli appositi organismi. L’ampia maggioranza non deve far sentire emarginato chi aveva e avrà ancora dubbi e perplessità: si chiede alle comunità di riflettere e ragionare insieme, non di applicare per automatismo un provvedimento burocratico. E non deve far dimenticare a chi è soddisfatto che una votazione sinodale è una decisione di noi umani, limitata e imperfetta: anche fosse stata presa all’unanimità, sarebbe pur sempre un atto compiuto da noi che siamo sempre in ricerca. Certo è che, in una società e in un ambiente culturale in cui ogni desiderio, da quelli più motivati a quelli più estemporanei, sembra dover godere della dignità di un diritto acquisito e irrevocabile, richiedere, anche in preghiera, una benedizione nella speranza di riceverla come dono, come grazia e non come atto dovuto è un bell’esempio del vivere senza conformarsi al presente secolo.

Tratto da Riforma del 10 settembre 2010

 
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