La rivista Micromega ha pubblicato di recente un fascicolo speciale intitolato «Per una riscossa laica» (dicembre 2007). Lettura appassionante ma che mi appare insoddisfacente; prima di motivare questo giudizio è il caso di vedere in sintesi il contenuto.
I contributi affrontano il problema a diversi livelli. A un primo, informativo, si documenta la dipendenza della società italiana dalle pressioni vaticane, che chiunque sperimenta ogni giorno sui mezzi di informazione; un altro gruppo di saggi affronta i temi del dibattito su cui si trovano a confronto le posizioni laiche e quelle clericali: diritto responsabile alla morte, scuola, unioni di fatto ecc.; un’altra serie di interventi tocca problemi più filosofico-teologici e al centro sta una tavola rotonda molto articolata sul tema; materia abbondante, dunque, di dati e di spunti di riflessione.
Perché dire insoddisfacente? Per due motivi; un primo di ordine generale concettuale. Inteso come risposta laica nei confronti del clericalismo invadente, il volume è ricco, esauriente. Ma la laicità costituisce oggi un problema nella società moderna che qui è risolto in modo un po’ troppo semplice. Così come non è sufficiente non essere di destra per essere di sinistra, non basta non essere democristiano per essere laico; il contrario della politica di Ruini non è purtroppo, automaticamente, un atteggiamento laico. La complessità non ha nulla a che fare con le ambigue e interessate divagazioni clericali su laicismo-laicità vera e falsa ecc.: è problema perché la modernità è problematica.
La formula scelta per definirlo nel nostro testo è quella: Etsi Deus non daretur, vivere come se Dio non ci fosse. Lo dice la copertina del fascicolo con la Rivoluzione di Delacroix sulle barricate. Questo crea l’illusione che l’eliminazione del Deus della religione conduca l’individuo ad assumere un atteggiamento responsabile (perché laicità significa questo). Non è questa, va detto subito, la tesi esplicita del saggio più articolato, ma l’atmosfera che si respira in parecchi interventi è di questo tipo.
Leggendo si ha l’impressione di affacciarsi a un club dove rispettabili signori si scambiano opinioni sulle ultime novità scientifico-letterarie. Particolarmente interessante è scoprire il condizionamento ambientale, spesso inconsapevole, di cui ognuno è espressione: il letteralismo religioso del credente americano, il laico francese, il latino irreligioso. Guardando dalla finestra del club si vedono, certo, solo cupole di chiese e qui sta il problema, perché ormai da decenni sotto quelle cupole non c’è più traccia di riflessione teologica ma solo le divagazioni di Benedetto XVI. Questa è l’Italia in cui viviamo, che fonda la sua cultura sull’equazione «Dio=chiesa», per cui i valori irrinunciabili di quest’ultima sono quelli di Dio e l’evangelo è un misto di buonismo assistenziale e di generico vitalismo; se la chiesa non sa dire il Cristo (e non è il bambinello nel presepe in piazza San Pietro a farlo), e non sa annunziare la grazia perché non conosce più il peccato, di che Dio possono discutere gli amici del club Micromega? Viene da chiedersi se con questa chiesa onnipresente, che sa solo più essere mater dei poveri e magistra dei politici, non spetti ai laici fare teologia!
Il compito è purtroppo superiore alle forze; di qui un argomentare pieno di verità e buone intenzioni ma di scarso mordente, perché Dio richiede uno scontro più tosto del chiacchiericcio di Ruini, richiede riflessioni di altro tenore, e non basta fare professione di ateismo militante per dare spessore allo scontro! I libertini, Spinoza e Voltaire sono ormai alle spalle e anche il marxismo sovietico, oggi ci si misura con Darwin. Con lui l’Etsi Deus non daretur è altro dalla ratio illuminista; stando a Bonhoeffer (l’unico teologo citato) è il duplice interrogativo: Gesù Cristo e il peccato. Non è possibile una laicità autentica Etsi Christus et gratia non daretur. Non esistono (c’è solo un Gesù di Loisy, agli inizi del Novecento!): Kant pare persin troppo religioso e Hegel con il suo Spirito ancor più! Hume è il nume tutelare, un po’ poco.
Il secondo motivo, più modesto, di delusione concerne la nostra microrealtà evangelica; nel fascicolo compare un articolo di Maria Bonafede che illustra come e perché accettiamo l’8 per mille in un contesto di autentica laicità. L’intervento rientra nella linea della rivista, che a suo tempo, si ricorderà, prese posizione riguardo al problema invitando i lettori a firmare nella casella apposita. Leggendo quel pezzo, come cristiano riformato, mi sento un po’ come il cameriere al club, che porta il cappuccino o il tè, mentre i soci discutono! Possibile che come credenti non abbiamo nulla da dire sul tema in oggetto? Da secoli ormai abbiamo chiuso con la Societas Christiana, i concordati, il partito cristiano e viviamo da laici! Qualche connessione tra il già citato Bonhoeffer e i credenti evangelici esisterà pure (e per noi è un interlocutore difficile non un santino); suoi figli spirituali non sono solo i laici ma anche i credenti come lui, per cui l’interrogativo del mondo moderno non è l’Etsi non daretur ma l’esse, o meglio la presenza di quel Dio che non c’è. Nella tavola rotonda parlano tutti di tutto, forse un pensierino sul rapporto fede-laicità Maria Bonafede poteva essere invitata a darlo. O basta l’8 per mille a risolvere il problema e tranquillizzare le coscienze?
Tratto da Riforma del 18 gennaio 2008 |