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DIALOGHI CON PAOLO RICCA
 
Perché la chiesa cattolica è così conservatrice?

Ho letto recentemente una pubblicazione uscita in occasione del centenario della Chiesa battista di Chiavari (Testimoni dell’Evangelo), un articolo sulla chiesa valdese di Favale di Malvaro (allora prov. di Chiavari) e sulla crudele persecuzione di cui fu oggetto la famiglia Cereghino che la fondò, a metà Ottocento. In quel periodo la Chiesa cattolica era indubbiamente la maggior forza spirituale a sostegno di quella Restaurazione che stava distruggendo tutte le conquiste positive della Rivoluzione francese. Ed ecco le mie domande. Per quale ragione la Chiesa cattolica nel corso della storia deve avere sempre la funzione di sostenere le istante più reazionarie della società, salvo poi magari ripensare successivamente a quelle stesse vicende con maggiore apertura, come è avvenuto quest’autunno a Favale a proposito della vicenda dei Cereghino? C’è qualcosa di strutturale all’origine di un comportamento sempre così uguale a se stesso? «Mestatori con la maschera della libertà e dell’indipendenza religiosamente e socialmente devastanti minavano la tradizione religiosa di un popolo»: così le autorità cattoliche della diocesi di Chiavari descrivevano i valdesi. Il tema del «ritorno», cioè il ritorno di una societas cristiana, sapientemente analizzato da G. Miccoli: «Ritorno alla disciplina della Chiesa, ai principi di ordine, gerarchia, armonica disposizione delle diverse classi»(1), non è forse il sogno ricorrente della cattolicità anche nel tempo presente? Non è forse vero che un ritardo spirituale e teologico mantiene il cattolicesimo romano in un clima spirituale ormai superato? Non è forse il caso qui di riprendere il messaggio del card. Martini: «Abbiamo paura invece di coraggio»?
E vengo all’ultima domanda: per noi evangelici non è forse irto di ostacoli il cammino per una visione ecumenica con una forza convinta di essere detentrice della verità al di fuori del tempo e della storia, per la quale l’indipendenza e l’emancipazione dell’uomo, e il suo avviarsi, come dice Bonhoeffer, verso l’età adulta costituiscono un pericolo che spezza l’ordine tradizionale della società?

Gabriella Olivari – Genova

Ecco due belle domande (le domande sono sei, ma le prime cinque sono, in realtà, un’unica domanda) – due belle domande di grande spessore e interesse, alle quali non è facile rispondere.

1. Perché la Chiesa cattolica – chiede la nostra lettrice – «deve avere sempre la funzione di sostenere le istanze più reazionarie della società»? Non so se si possa dire che la Chiesa cattolica abbia svolto questa «funzione» conservatrice e persino reazionaria sempre e dovunque nell’arco della sua lunga storia. Un giudizio così globale è forse un po’ sommario. È però un fatto innegabile che specialmente nel periodo storico che chiamiamo «modernità» (grosso modo dal Rinascimento ai nostri giorni) e in particolare dagli inizi della Controriforma, cioè dalla metà del Cinquecento in avanti fino al Concilio Vaticano II (ma per certi aspetti anche oltre), la Chiesa cattolica è stata una forza reazionaria, si può dire a tutti i livelli: religioso, politico e culturale. La nostra lettrice, giustamente, si chiede: perché? La risposta, almeno per quanto concerne i rapporti tra Chiesa cattolica e «modernità», mi sembra possa essere questa: la «modernità» è stata avvertita dalla Chiesa cattolica come una minaccia alla sua autorità e al suo potere – una minaccia da contrastare frontalmente e, se possibile, neutralizzare.

La Riforma, si sa, ha messo radicalmente in questione sul piano teologico il centro focale e il cardine dell’autorità e del potere cattolico: il papato; ha sostenuto che «la Chiesa deve restare ed esistere senza papa»(2) e ha sottratto metà circa della cristianità europea alla giurisdizione papale. Le dottrine politiche elaborate a partire dal Seicento (ma in qualche modo anticipate già nel Trecento da pensatori come Marsilio da Padova e altri) sono sfociate nella laicizzazione della politica e nella progressiva emancipazione dello Stato dalla tutela della Chiesa, che ha visto molto ridimensionato e quasi azzerato il suo ruolo e peso politico.
La scienza (Galileo e, più tardi, Darwin e tanti altri) ha sottratto alla Chiesa il monopolio della verità, sostenendo che la Chiesa poteva, sì, rivendicare per sé la verità religiosa, ma non più quella scientifica, ormai appannaggio della scienza.

L’Illuminismo, con il suo appello rivolto all’individuo a «uscire dalla condizione di minorità», ad avere il «coraggio di fare uso del proprio intelletto senza essere guidato da un altro», ha invitato l’uomo moderno all’autonomia di giudizio e di decisione, sottraendolo alla «guida» della Chiesa. Tutta la cultura liberale, con le sue grandi affermazioni di libertà (di pensiero, di coscienza, di culto, di associazione, di stampa, eccetera) si muoveva nella direzione opposta a quella della Chiesa cattolica e specialmente della sua gerarchia che, a esempio, con papa Gregorio XVI giudicava la libertà di coscienza «il delirio del nostro secolo» (enciclica Mirari vos del 1832, diretta tra l’altro in primo luogo contro il cattolico liberale Lamennais!), e con il Sillabo di Pio IX (1864), che condannava 80 errori: tra questi era «un errore» sostenere che «ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che, guidato dal lume della ragione, ciascuno avrà ritenuta vera» (n. 15), mentre un altro «errore» è ritenere che «il protestantesimo non è altro che una forma diversa della stessa vera religione cristiana, e in questa, come nella Chiesa cattolica, è dato di piacere a Dio» (n. 18). L’ultimo errore condannato è questo: «Il pontefice romano può e deve riconciliarsi e farsi amico con il progresso, il liberalismo e la civiltà moderna» (n. 80).

Questa posizione negativa e polemica è durata fino al Vaticano II, che ha segnato una svolta, un «ripensamento» dice la nostra lettrice, un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento, un modo nuovo, sostanzialmente irenico, di porsi nei confronti del mondo moderno. Una prima risposta alla prima domanda della nostra lettrice è dunque questa: la posizione conservatrice e reazionaria della Chiesa cattolica nei confronti della modernità si spiega con il fatto che quest’ultima le ha sottratto buona parte del suo potere sulle coscienze e sulle istituzioni.

La Chiesa cattolica è stata, e su certe questioni è ancora, «reazionaria», perché «reagisce» alle forze che in vario modo hanno ridimensionato la sua autorità e il suo potere sugli individui e sulla società. Questa «reazione» è stata ed è ancora concepita dalla Chiesa cattolica come una legittima e doverosa difesa dei «diritti di Dio» (se così si può dire) sul mondo, che essa identifica con i propri. Finché durerà questa identificazione, si può presumere che il carattere «reazionario» della Chiesa cattolica continuerà a esistere, anche se forse in forme meno evidenti. La nostra lettrice si chiede se «c’è qualcosa di strutturale all’origine di questo comportamento». Credo di sì, che ci sia, e che consista appunto nella identificazione dei «diritti di Dio» con i «diritti della Chiesa», per cui ogni sottrazione di poteri alla Chiesa è considerato un attentato all’autorità e sovranità di Dio, contro il quale occorre «reagire». Questo succede quando la Chiesa si concepisce come rappresentante di Dio in terra (questa è la concezione cattolica), anziché come testimone.

Ma la questione sollevata dalla nostra lettrice va affrontata, oltre che sul piano teologico (come abbiamo fatto), anche sul piano storico. E qui il fatto decisivo è la «svolta» detta «costantiniana», avvenuta nel IV secolo, quando il cristianesimo divenne, con Teodosio, religione imperiale (del «Sacro Romano Impero»), cioè parte integrante dell’ordine costituito. Trono e altare si allearono, anche se poi entrarono in conflitto tra loro per stabilire chi, tra i due, avesse il primato. Resta comunque il fatto che da allora in poi la Chiesa ha in generale benedetto l’ordine sociale e politico esistente piuttosto che metterlo in questione predicando, come Gesù, il Regno di Dio vicino. La Chiesa ha dunque funzionato più come forza politicamente e socialmente conservatrice che come forza contestatrice e riformatrice. Essa ha operato più per conservare l’ordine costituito che per cambiarlo. Credo che questo ruolo fondamentalmente conservatore della Chiesa nella storia fino a oggi abbia le sue radici lontane in una sorta di «mutazione genetica» avvenuta quando, da diaspora perseguitata, si trasformò in religione imperiale.

2. La seconda domanda è un punto interrogativo radicale che potremmo riformulare così: Ha davvero un senso l’ecumenismo? Certe posizioni di fondo del cattolicesimo e del protestantesimo non sono forse tra loro così diverse da rendere il dialogo ecumenico non solo «irto di ostacoli», come dice la nostra lettrice, ma anche e soprattutto privo di sbocchi ? L’ecumenismo non potrebbe rivelarsi, in fin dei conti, un vicolo cieco, tanta fatica sprecata? È bene che questi interrogativi molto seri, siano posti così, senza peli sulla lingua. Come rispondere? Rispondo in tre tempi.

[a] L’ecumenismo non è un optional che i cristiani e le chiese sono libere di far proprio oppure no. La divisione della Chiesa, che tutti confessiamo nel Credo essere «una», è un’anomalia, una contraddizione, un’infedeltà. Non la possiamo considerare normale, o fatale, o irreparabile, né ci è lecito insediarci comodamente in essa, come in fondo ci piacerebbe fare. La divisione è comoda. Anche se effettivamente, in particolare su certe questioni (papato, costituzione gerarchica della Chiesa, culto di Maria e dei santi, transustanziazione, varie questioni etiche, ecc.) le posizioni cattoliche e protestanti sono oggi inconciliabili, e non si vede come si possa giungere a un accordo, ciò nondimeno l’imperativo ecumenico resta un comandamento che non viene da noi, ma da Dio e quindi non ci è lecito eluderlo. Il nostro compito è ubbidire. Quale sarà (o non sarà) il risultato, è cosa che non ci deve preoccupare.

[b] Tra cristiani divisi non c’è solo divisione, c’è anche unità: la fede comune nel Dio trinitario, in Gesù Cristo Signore e Salvatore, nello Spirito Santo che vivifica e santifica. Questa fede comune, se presa sul serio, rappresenta un vincolo sostanziale, che può e, secondo me, dev’essere in qualche modo vissuto e manifestato insieme. L’incontro e il dialogo sono cose buone. Conoscersi davvero, parlarsi, ascoltarsi a vicenda, abituarsi alla diversità cristiana, è un vantaggio per tutti. L’ecumenismo è una scuola di fraternità. Ne abbiamo tutti bisogno.

[c] È vero che la Chiesa cattolica è convinta di «essere detentrice di verità al di fuori del tempo e della storia», ma in fondo lo siamo anche noi. Se non lo fossimo, cambieremmo chiesa, perché nessuno vuol vivere nell’errore. Anche noi siamo convinti di essere nella verità o vicini a essa. Certo, non la possediamo, è piuttosto lei, la verità, che ci ha fatti prigionieri. Ma vogliamo vivere con la verità, e dalla verità, e non senza. E proprio questo è il problema: la verità, che è Gesù, unisce, ma anche divide. «Sono venuto a dividere» dice Gesù (Matteo 10, 35). Bisogna rendersene conto. L’ecumenismo se ne rende conto: esso nasce e fiorisce sulla frontiera tra unità e divisione.

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(1) Giovanni Miccoli, Fra mito della cristianità e secolarizzazione, Casale Monferrato 1985, p. 23.
(2) Martin Lutero, Gli Articoli di Smalcalda. I fondamenti della fede (1537-38), Claudiana, Torino 1992, p. 85.

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma dell'1 marzo 2013

 
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