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Chiese e media: un rapporto difficile
a cura di Federica Tourn

“I media stanno già cambiando profondamente le chiese e in particolare i protestanti sono poco attrezzati a gestire la trasformazione”, sostiene il teologo e giornalista Paolo Tognina, non senza una certa preoccupazione. Tognina, responsabile di redazione di Voce evangelica e direttore del programma Segni dei tempi della Radio Televisione della Svizzera Italiana, parlerà sabato 2 marzo di religione e media durante il convegno su “L’Evangelo ai tempi di facebook”, organizzato dal Centro culturale protestante e la Biblioteca Girolamo Zanchi di Bergamo. Gli abbiamo chiesto qualche anticipazione, per capire come si profila il futuro delle nostre chiese nel web.

Che rapporto hanno oggi i protestanti con i media?
“Le chiese storiche hanno un rapporto piuttosto critico con i mezzi di comunicazione perché spesso si sentono poco capite, hanno l’impressione di essere poco considerate. E come dare loro torto, se anche il primo dossier completo sulla Presenza delle confessioni religiose nei media televisivi parla di una sostanziale cancellazione dell’esistenza stessa nella società italiana dei protestanti sui media. In questo senso l’Italia è un caso particolare ma anche in Francia o in Svizzera la situazione non cambia molto, perché di fatto i media si soffermano tendenzialmente su ciò che si conosce o è facile da spiegare: quindi ovviamente il cattolicesimo, che è il più visibile, l’Islam perché fa notizia la minaccia terroristica, il buddismo perché pur essendo una religione arcaica viene presentata come una filosofia paciosa che punta al benessere. In questo scenario il protestantesimo non si lascia ridurre a degli slogan, quindi quando vuole passare sui media è costretto a semplificare il proprio messaggio: come farlo – e se farlo – è la domanda che ci dobbiamo porre. Per quanto riguarda gli evangelici fondamentalisti, una parte vuole usare la telecamera o il web come mezzo per convertire, altri invece li considerano uno strumento satanico”.

Che impatto hanno i social network sulla predicazione?
“Il web dà a tutti la possibilità di esprimersi. Nei social network in particolare c’è una grandissima libertà ma anche un gran disordine. Le comunità si sciolgono e in generale si registra già la tendenza a un’individualizzazione dell’esperienza religiosa. E’ spiazzante per le chiese storiche e tuttavia resta una sfida, uno stimolo ad approfondire il dialogo e ad abbandonare almeno in parte un discorso dogmatico che pretenda di dare risposte definitive”.

Siamo di fronte ad una specie di religione à la carte?
“Di sicuro c’è un affermarsi del credere senza partecipare: molti dicono di essere cristiani senza per questo riconoscersi in una chiesa”

Le chiese evangeliche come si adattano a questo cambiamento?
“Non mi sembra di riscontrare una reazione da parte delle chiese: i protestanti in particolare sono molto in difficoltà di fronte a questo fenomeno. In Svizzera chi crede senza appartenere è passato dal 10 al 20%: un dato certamente significativo, soprattutto se si calcola che qui il protestantesimo nel giro di vent’anni dovrebbe scendere al di sotto del 20 %. I cattolici hanno strutture più solide ma anche loro sono in calo. In definitiva mi pare che le chiese cristiane, più che organizzarsi per rispondere a questa crisi, la subiscano”.

I credenti e i media parlano lo stesso linguaggio?
Questo è un problema cruciale che coinvolge anche la trasmissione della fede: è tutt’altro che evidente in che misura, e che cosa, le generazioni attuali passeranno ai loro figli. Già adesso capita che i media diano delle notizie dando per scontato che la società sia ancora cristiana mentre non lo è più; prima lo era in modo superficiale, ora anche l’infarinatura è scomparsa, col risultato che parlano a gente che non ha più gli strumenti per capire”.

1 marzo 2013

 
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