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ATTUALITA': chiese e stato
 
Anniversari. Il XVII Febbraio e l’Editto di Milano del 313
di Giuseppe Platone

Sulla vicenda della rinuncia al pontificato da parte di Benedetto XVI, sono apparsi sul settimanale Riforma diversi contributi relativi alla portata di questo gesto. Fra le reazioni più originali si segnala quella dello storico e sociologo francese, Jean Baubérot, professore emerito di Storia e sociologia della laicità presso l’Ecole pratique des Hautes Etudes di Parigi.

Un'altra reazione significativa è quella del pastore Giuseppe Platone che, nel suo testo dedicato all'anniversario dell'Editto di Milano del 313, mette in luce il complesso rapporto tra chiese e potere.

Con il 2013 abbiamo di fronte due anniversari: quello che, da 165 anni, ci rinvia al 17 febbraio del 1848, quando con la concessione delle Lettere patenti albertine, per la prima volta sulla scena pubblica italiana, il riconoscimento dei diritti civili al popolo valdese divenne realtà. Il secondo è molto più antico, e cambiò il volto della cristianità. È l’anniversario dell’Editto di Milano del 313 firmato dagli imperatori Costantino e Licinio. Da allora, in Oriente e in Occidente, si pose fine alle persecuzioni contro i cristiani, la cui fede fu dichiarata religio licita. Così dopo tre secoli di discriminazioni e sanguinose persecuzioni i cristiani, nel 313, uscirono dalle catacombe.

L’intreccio di questi due anniversari mi ha rinviato alla lapidaria parola di Gesù: «Restituite a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». L’affermazione è presente in tutti e tre gli evangeli e risuona nel contesto di un incontro dove si cerca di trarre in inganno Gesù. La domanda che viene posta da una coalizione (farisei ed erodiani) che aveva già tenuto consiglio per uccidere Gesù (Mc 3, 6) è semplice: «È lecito pagare il tributo a Cesare?». È un gioco pericoloso quello in cui si vuole attrarre il Maestro. Egli si fa dare una moneta (lui non ne possiede): «Mostratemi la moneta del tributo, di chi è l’effigie?». Sulla moneta era raffigurata, con probabilità, la testa dell’imperatore con sul retro la scritta: «Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto, Pontefice Massimo».

Se Gesù avesse risposto: pagate il tributo!, si sarebbe schierato con i romani, percepiti come nemici di Israele. Se avesse risposto: non pagatelo!, si sarebbe schierato contro i romani e con gli zeloti, che progettavano l’insurrezione armata conto le guarnigioni di Cesare. In qualche modo Gesù restituisce l’interrogativo alla coscienza di ciascuno. Questa risposta di Gesù, che da secoli fa discutere, introduce un principio di distinzione. Un conto è lo Stato che garantisce con le armi la pax romana, altro conto è la vita della comunità di credenti. Per quest’ultima c’è un solo assoluto ed è Dio. C’è un solo regno: quello di Dio che relativizza i nostri regni. C’è una sola sacralità, ed è quella di Dio.

I cristiani, nei confronti della pretesa divinità dell’imperatore, nutrivano un’insopprimibile riserva critica. Le feroci persecuzioni nei loro confronti nascevano sul terreno della non-distinzione tra politica e religione. Gesù, al contrario, distingue. Questo principio di distinzione, in qualche modo, è stato ricuperato dalla Riforma protestante, che ha escluso ogni divinizzazione del potere. Si pensi all’impianto separatista tra magistrati e vita della chiesa nella Ginevra di Calvino. Per non dire del pastore riformato Alexandre Vinet (1797-1847), che introdusse il principio giuridico (rilanciato dallo stesso Cavour) di «libera Chiesa, in libero Stato». Il tema, specialmente in Italia, del rapporto tra Chiese e potere è di grande attualità.

L’anno costantiniano si presenta quindi come preziosa occasione di riflessione, sui rapporti che intercorrono tra realtà di fede e istituzioni pubbliche. Con Costantino il cristianesimo finirà per diventare la religione dell’impero (sostituendosi alla religio dei romani). Ma nel corso dei secoli, accanto al cristianesimo ufficiale, si svilupperanno forme di cristianesimo distanti dalla costantiniana fusione di trono e altare. La conversione dell’imperatore Costantino al cristianesimo, nella sua preoccupazione (tutta politica) di tenere insieme cristiani e pagani, trono e altare, ha ipotecato per secoli il destino di tanta parte della cristianità. La lettura critica della storia ci può aiutare per capire che cosa significhi oggi la relazione tra Dio e Cesare. E questo rapporto riguarda direttamente tutte le realtà religiose.

La nostra esperienza ha creduto nella distinzione dei compiti (lo Stato è di tutti, le chiese appartengono ai credenti e la fede è prima di tutto un fatto personale). La libertà religiosa è un bene che ha dei limiti, vorrei dire costituzionali, che vanno rispettati per evitare invasioni di campo. Indicare oggi la distinzione tra Dio e Cesare è parte della nostra identità protestante. Che da sempre lavora per la piena laicità di uno Stato che non diventi ostaggio di nessuna religione ma che, nella sua autonomia, dialoghi con tutte le religioni. Anche in modo fruttuoso. Distinzione non è necessariamente distanza o indifferenza o avversione, ma rispetto di regole comuni uguali per ogni espressione socialmente rilevante del credere o del non credere.

Tratto da Riforma dell'1 marzo 2013

 
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