Chiesa evangelica valdese - home page
sinodo dove trovarci otto per mille
Invia questa pagina Invia questa pagina
Stampa questa paginaStampa questa pagina
 
DIALOGHI CON PAOLO RICCA
 
Una liturgia nuziale fuori dal culto: che rito è?

Ho un dubbio o, meglio, un timore, che nasce da una mia riflessione. Qualche tempo fa, passando davanti a uno dei templi valdesi delle Valli, vidi due sposi uscire, attorniati dalla solita allegra confusione del caso: solo che era sabato. Ripensandoci, negli ultimi anni, non ho mai assistito a un matrimonio durante un culto. Visto che il matrimonio non è un sacramento, per noi evangelici la benedizione della coppia non può rappresentare altro che la presentazione alla comunità della nuova unione: ma allora perché celebrarli di sabato, o in altri giorni feriali, quando sono presenti solo parenti e amici, ma non la comunità? Il Documento sul Matrimonio vigente nell’Ordinamento valdese è chiarissimo su questo punto: la liturgia nuziale è «la pubblica certificazione del matrimonio» in cui gli sposi «dichiarano la loro volontà di vivere il matrimonio secondo l’insegnamento dell’evangelo e chiedono all’assemblea dei credenti di sostenere questa loro volontà con le preghiere e la sua solidarietà». Mi chiedo: che cos’è diventata la liturgia nuziale celebrata fuori dal culto comunitario? Un «nuovo rito»? Che cos’è un rito: un momento di presenza divina nella comunità o un momento utile a riempire il tempio? Il mio dubbio o, per meglio dire, timore, è che si stiano introducendo nella vita delle nostre chiese diversi «nuovi riti». Le confermazioni, i matrimoni, le benedizioni per i venticinque o cinquant’anni di matrimonio, le benedizioni di unioni omosessuali, stanno diventando, o sono già diventate, «nuovi riti»? Non c’è il rischio che questi «nuovi riti» riempiano le chiese, ma svuotino i culti? Stiamo cercando di sostituire la nostra fragilità teologica con un’etica civile, di facile approccio ma di scarsa spiritualità?
Manlio Leggieri, Luserna S. Giovanni (TO)

Prima di rispondere alla domanda molto chiara del nostro lettore, è opportuno fare un paio di precisazioni su due affermazioni contenute nella sua lettera.
[a] La prima riguarda «la benedizione della coppia». Il nostro lettore sostiene che, siccome per noi il matrimonio non è un sacramento, tale benedizione «non può rappresentare altro che la presentazione alla comunità della nuova unione», e perciò essa dovrebbe svolgersi alla presenza della comunità, quando è riunita per il culto domenicale. Tornerò su questo punto importante, ma ora mi preme dire che la benedizione della coppia e la liturgia nuziale che la inquadra rappresentano molto di più che «la presentazione alla comunità della nuova unione».
La benedizione della coppia è l’eco o il riflesso liturgico della benedizione originaria impartita da Dio alla prima coppia umana, subito dopo averla creata: Dio «li creò maschio e femmina, li benedisse, e disse: Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra...» (Genesi 1, 28) – è l’unico comandamento di Dio (sia detto tra parentesi) che l’umanità, finora, ha osservato senza obiezioni... Questa benedizione, nella visione biblica, è ciò che consente alla coppia umana (ma anche alle coppie di animali: Genesi 1, 22) di compiere quell’atto straordinario, stupendo, in un certo senso miracoloso, che è la trasmissione della vita.
La benedizione nuziale, nella liturgia matrimoniale, ha questo grande valore e significato: richiamare, manifestandolo, quel fondamentale atto inaugurale di Dio posto proprio all’inizio della storia dell’umanità, che comincia come coppia, e non come singolo individuo, come coppia uomo-donna benedetta. Uno splendido inizio, non c’è che dire! Ogni coppia umana che si costituisce nella consapevolezza di quella benedizione originaria rivive liturgicamente quell’inizio benedetto. Certo, non è la Chiesa che benedice, è Dio, ma è proprio questo che la Chiesa sa, crede e attesta con la sua liturgia nuziale. La «presentazione alla comunità della nuova unione» è certamente un aspetto importante della celebrazione matrimoniale, ma non è l’unico, né il primo né, soprattutto, quello principale.

[b] La seconda precisazione è questa: il nostro lettore fornisce un elenco di quelli che egli chiama «nuovi riti» che, se ho ben capito il suo discorso, sono quelli celebrati senza la partecipazione diretta della comunità cultuale, come accade, appunto, nelle celebrazioni matrimoniali, che spesso si svolgono di sabato. Ora però, nel suo elenco, egli include, oltre a varie cerimonie legate al matrimonio, anche «confermazioni», per lo più di catecumeni, e «consacrazioni» per lo più di pastori, anziani e diaconi, che invece hanno sempre luogo nel quadro di un culto comunitario e che quindi non andrebbero classificate come «nuovi riti», anche perché, in realtà, sono antichissimi: risalgono ai primi secoli della storia cristiana.
Le loro forme possono, ovviamente, variare secondo i tempi, i luoghi e le circostanze, ma la sostanza del rito è più o meno la stessa da sempre. Come «nuovi riti», cerimonie cioè svolte fuori dal culto domenicale, restano quelle legate al matrimonio, alle quali occorre aggiungere i funerali (non menzionati dal nostro lettore), che per svariati e ovvi motivi si svolgono anch’essi sempre fuori dal culto domenicale. Che cosa pensare di questi «riti» ecclesiastici, nuovi o vecchi, celebrando i quali si corre il rischio, come dice il nostro lettore, di «riempire le chiese, ma svuotare i culti»? Rispondo in due tempi.

1. La preoccupazione del nostro lettore è legittima ed entro certi limiti giustificata. È vero che, in condizioni normali, cioè quando entrambi i coniugi sono credenti e membri della stessa chiesa, l’ambito naturale di una loro benedizione nuziale è il culto comunitario. Questo accade, di solito, nelle piccole comunità in cui tutti si conoscono ed è più facile e spontanea una partecipazione corale alla gioia degli sposi, condividendo con loro, nel culto domenicale, la liturgia nuziale. Quando però solo uno dei coniugi è membro di chiesa e l’altro appartiene a una chiesa diversa, o non è credente, allora mi sembra giusto non imporre al coniuge non evangelico e a coloro che lo accompagnano un quadro liturgico come quello del culto domenicale, che è estraneo a lui e ai suoi familiari e amici. Sarebbe una forzatura. In tal caso, mi sembra preferibile che la liturgia nuziale si svolga, sì, nella forma evangelica, ma fuori dal culto domenicale.
Questo non impedisce che la coppia, ormai sposata, si presenti alla comunità, chiedendole di accompagnarla con la sua sollecitudine fraterna e la sua preghiera. Insomma: in un tempo come il nostro di pluralismo religioso e anche di diffusa secolarizzazione, una celebrazione matrimoniale che si svolga fuori dal culto domenicale non è un atto di dissociazione dalla comunione ecclesiale e non rivela una volontà di privatizzare una cerimonia che coinvolge anche la comunità di cui si è parte, ma è una scelta suggerita dal fatto che spesso la coppia di sposi non è religiosamente omogenea, e non lo è neppure la comunità occasionale che si raccoglie intorno a lei il giorno delle nozze, e in queste condizioni il quadro liturgico del culto domenicale non mi sembra adatto a ospitare il rito nuziale.
Anche in questo caso, come in tanti altri momenti rituali che possono esserci nella vita delle persone e di una comunità (a esempio: un momento di raccoglimento nella preghiera e nell’ascolto della Parola di Dio in occasione di un compleanno, o di un anniversario, o di altre ricorrenze fauste o infauste) quello che conta veramente non è la collocazione liturgica del rito (in un culto a parte, domestico o no, oppure nel culto domenicale), ma è l’annuncio dell’evangelo. Se c’è l’evangelo, il rito acquista tutto il suo valore perché suscita fede; se non c’è l’evangelo, il rito è solo un esercizio di pietà.
Nel caso di un matrimonio, c’è un evangelo da annunciare, c’è un messaggio da parte di Dio per gli sposi e la comunità nuziale: non si tratta solo di accogliere e attestare il «sì» reciproco degli sposi (com’è bello dire un «sì» pieno e rotondo, senza «se» e senza «ma», a una persona concreta!), si tratta anche di ascoltare e ricevere il «sì» di Dio alla coppia e a ogni creatura umana. C’è davvero un bell’evangelo da annunciare a una coppia che scelga di sposarsi secondo la liturgia della Chiesa.
Certo, lo sappiamo e lo ripetiamo: il matrimonio civile è anch’esso un matrimonio in piena regola, non gli manca assolutamente nulla come matrimonio e avviene anch’esso, per i coniugi credenti, «davanti a Dio», pur svolgendosi in municipio. Ma l’occasione di udire l’evangelo specifico per la coppia nel momento in cui si costituisce pubblicamente, è preziosa e ritengo che sia bene coglierla.
È vero – anche questo è stato detto e ridetto più volte – che nella Bibbia, come anche tra i primi cristiani, non troviamo né cerimonie nuziali (e neppure cerimonie funebri): questi due momenti cruciali della vita umana e cristiana venivano certamente vissuti nella fede e nella preghiera, ma non in forme liturgiche particolari. Nessun tipo di cerimonia nuziale (o funebre) è comandata dalla Scrittura o dalla Confessione di fede. La scelta di celebrare un matrimonio (o un funerale) rientra nella libertà che ci è data in Cristo: è in fondo un atto di condivisione nell’amore fraterno, un modo, come dice la Scrittura, di «rallegrarsi con quelli che sono allegri e di piangere con quelli che piangono» (Romani 13, 15).La Chiesa infatti è un corpo vivo, il corpo di Cristo, nel quale se un membro soffre, gli altri soffrono con lui, e se un membro è nella gioia, gli altri gioiscono con lui (cfr. I Corinzi 12, 26).

2. La domanda finale del nostro lettore: «Non c’è il rischio che i “nuovi riti” [quelli cioè che si svolgono fuori dal culto comunitario, e assumono quindi un carattere quasi privato o solo familiare] riempiano le chiese, ma svuotino i culti?» contiene un allarme che dev’essere ascoltato. «Svuotare i culti» non vuol dire soltanto contribuire, con la propria assenza, a ridurre il numero dei partecipanti al culto, ma anche svuotarlo di significato, non capirne più il valore, negargli il posto centrale che deve occupare nella vita di ogni credente e della Chiesa. Dove il culto è trascurato, la fede e la Chiesa deperiscono. È infatti nel culto che la Chiesa si manifesta come comunità che crede in Dio, lo invoca, lo loda, lo ascolta e lo serve. È importante che la lettera ce lo abbia ricordato.
E poiché abbiamo parlato molto di matrimonio e di liturgia nuziale, è il caso di dire che, nella Scrittura, Dio è talvolta paragonato a uno «sposo» («Il tuo creatore è il tuo sposo» Isaia 54, 5), così pure lo è Gesù, che dice dei suoi discepoli: «Possono gli amici dello sposo digiunare mentre lo sposo è con loro ?» (Marco 2, 19; vedi anche Giovanni 3, 29), mentre la Chiesa è paragonata a una sposa: la nuova Gerusalemme scende giù dal cielo «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Apocalisse, 21, 2). Il culto dunque, in quanto incontro dello sposo con la sposa, è un invito a nozze, una grande festa nuziale. Che cosa c’è di più bello ?

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 15 febbraio 2013

 
Cerca nei commenti:
accade nelle chiese
evangelici e società
chiese e stato
insegnamento della religione a scuola
problemi etici posti dalla scienza
argomenti vari
manifestazioni
dialoghi con paolo ricca
appunti del moderatore
ritratti
comunicati stampa

   
© 2009 Chiesa Evangelica Valdese