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DIALOGHI CON PAOLO RICCA
 
Liberi da tutti, servi a tutti: la strana libertà del cristiano

Nella I Lettera ai Corinzi l’apostolo Paolo afferma: «Pur essendo libero da tutti, mi son fatto servo a tutti» (9, 19). Lutero, all’inizio della Libertà del cristiano, citerà questo versetto prima delle due proposizioni fondanti: «Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno; un cristiano è un servo volonteroso in ogni cosa, ed è sottoposto ad ognuno». La mia domanda è: come possiamo leggere e comprendere oggi questa fondamentale affermazione della Riforma, come persone, come chiesa, come protestanti in Italia? Si ama ripetere che il protestantesimo è la religione della libertà, si sottolinea, anche in rapporto alla crisi culturale (oltre che economica), l’importanza della responsabilità, della libertà di coscienza, dell’impegno per i diritti di tutti. Gli italiani manifestano il loro apprezzamento verso la chiesa valdese con le firme dell’otto per mille anche per il suo impegno su questi temi.
Qualche anno dopo la Libertà del cristiano, Lutero scriverà Il Servo Arbitrio, in risposta al Libero Arbitrio del grande umanista Erasmo. Il nostro protestantesimo oggi, così aperto, laico e progressista, può ancora essere interpellato dal confronto Lutero-Erasmo, che mi sembra riguardare, più che la polemica tra Umanesimo e Riforma, il rapporto fra Dio e la ragione umana?

Marco Rostan, Luserna S. Giovanni (TO)

Le domande poste da questa lettera sono due – e che domande! La prima è: come possiamo comprendere e vivere oggi in Italia, come protestanti (ma io direi semplicemente come cristiani) il fatto che, secondo la parola dell’apostolo Paolo, ripresa e sostanzialmente ripetuta da Lutero, siamo al tempo stesso liberi e servi? La seconda è: In che rapporto stanno tra loro la libertà cristiana e il servo arbitrio, entrambi affermati con uguale vigore da Lutero? Due domande cruciali, che si rassomigliano ma sono diverse, ed esigono ciascuna una trattazione relativamente ampia. Devo quindi rimandare a un prossimo numero la risposta alla seconda domanda. Oggi risponderò alla prima, parlando prima del mistero della libertà, poi della sua natura e infine della sua pratica.

1. Il mistero della libertà. La libertà è una delle realtà più misteriose che ci siano. Lo è per molti motivi, ma il maggiore mi sembra essere questo: la libertà è al tempo stesso molto amata e molto temuta. E molto amata perché è, a ben guardare, la quintessenza dell’uomo, è un’esigenza insopprimibile, tanto che in ogni tempo, in ogni cultura e in ogni ceto sociale uomini e donne hanno sacrificato la loro vita per la libertà, hanno cioè preferito morire piuttosto che vivere senza libertà. Tra tutti i grandi valori morali e civili che ispirano l’umanità (giustizia, pace, verità, libertà, compassione), la libertà è senza dubbio quello che ha suscitato il maggior numero di martiri. Tutti ricordano il celebre (e bellissimo) verso della Divina Commedia con il quale Virgilio spiega a Catone d’Utica, custode del purgatorio, chi è il suo compagno di viaggio che, pur non essendo ancora morto, si trova già (provvisoriamente) nell’Aldilà: «Libertà va cercando – dice Virgilio di Dante – ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta» (Purgatorio I, 71-72). Catone sapeva «quant’è cara» la libertà perché, piuttosto che perderla, preferì darsi la morte nel 46 a.C. (fu un fiero difensore della libertà repubblicana di Roma). La libertà che Dante stava cercando con il suo viaggio (ideale) nell’Aldilà, non era la libertà politica, ma quella morale, fondamento di tutte le altre. Comunque la libertà, in tutte le sue forme, è in cima alle aspirazioni umane. Nulla è più prezioso della libertà,soprattutto quando non c’è. E quando non c’è, un popolo o una persona sono disposti, per averla, a pagare il prezzo più alto: quello della vita,come se una vita senza libertà non fosse degna di essere vissuta.

Ma la libertà, dicevo, oltre che molto amata, è anche molto temuta. La libertà fa paura, non solo quella degli altri, anche la propria. Erich Fromm ha descritto bene questa oscura tendenza anch’essa presente nell’uomo in un suo libro famoso del 1941 intitolato Fuga dalla libertà. L’Europa della prima metà del Novecento, con i suoi numerosi fascismi e totalitarismi di vario segno, ha praticato una quasi generale fuga dalla libertà. Questo dimostra quanto ambivalente sia il nostro rapporto con la libertà: da un lato la desideriamo come qualcosa di irrinunciabile, dall’altro la temiamo come un peso troppo gravoso da portare, perciò spesso la deponiamo ai piedi di un Capo, di un Leader, di un’Autorità superiore (ieri si diceva di un Duce, di un Führer, che vuol dire appunto Guida suprema), religiosa o politica, che ci dispensi dal dovere di pensare con la nostra testa e di decidere secondo il discernimento che Dio ci dà, insomma di essere persone adulte, che non vogliono essere sotto tutela, ma praticano con coscienza, dignità, umiltà e coraggio l’arduo «mestiere di vivere», assumendosi tutte le responsabilità che questo comporta, a cominciare da quella di essere liberi. E qui possiamo cominciare a rispondere al nostro lettore che chiede: come possiamo vivere oggi in Italia il fatto che, come cristiani, siamo al tempo stesso liberi e servi? In altri termini: come possiamo mettere la nostra libertà al servizio del nostro paese? Ecco una prima risposta: cercando di essere veramente uomini e donne liberi. È questo il primo servizio da rendere. Ci si può infatti illudere di essere liberi. Anche noi che viviamo nel cosiddetto «mondo libero» siamo molto meno liberi di quello che immaginiamo. Renderemo un servizio, modesto ma reale, al nostro paese, se cercheremo, con molta umiltà, di essere davvero liberi, sia come persone, sia come comunità. Ma essere veramente liberi è molto difficile, come è difficile sapere che cos’è, veramente, libertà.

2. La natura della libertà. All’idea di libertà si associano spontaneamente quelle di autonomia, indipendenza, emancipazione, autodeterminazione. È libero chi può disporre autonomamente di se stesso, senza vincoli o condizionamenti imposti dall’esterno. La libertà è questo e anche molto altro. È il respiro stesso della vita e si manifesta in mille modi diversi: libertà di pensiero, di coscienza, di parola, di culto, di associazione, di scelta (del partner con cui vivere, del mestiere da fare, del luogo in cui risiedere, della religione da professare, ecc.), di cambiare religione, di non credere in Dio, di emigrare spostandosi da un paese a un altro, e così via fino alla libertà di morire – non si contano i modi in cui possiamo essere liberi. Nella Bibbia, poi, la libertà occupa, notoriamente, un posto centrale: Dio si rivela a Israele come il Liberatore, che fa di un popolo di schiavi un popolo di uomini e donne liberi. Dall’Egitto a Canaan attraverso il deserto – dalla casa di servitù alla terra della libertà – questo è il cammino che Dio ha previsto per il suo popolo e, in prospettiva, per tutta l’umanità. Dio vuole schiavi accanto a sé, ma uomini liberi – liberi anche di negarlo. Sembra che nulla gli stia più a cuore che la nostra libertà. Anche Gesù è stato un liberatore: ha liberato uomini e donne dal male fisico (i malati), mentale (gli alienati), morale (i peccatori), sociale (i poveri, gli ultimi, gli esclusi), spirituale (gli increduli). Nella Bibbia si è liberi se si è liberati dal male, nelle sue tante forme. Dio è colui che libera dal male. La libertà non è dunque un dato di fatto o una condizione innata, è piuttosto una meta, un punto di arrivo. «Siete stati chiamati a libertà», dice l’apostolo Paolo (Galati 5, 13). Più che liberi, siamo chiamati a libertà. Più che una condizione, la libertà è una vocazione. Ecco allora una seconda risposta possibile alla domanda del nostro lettore: possiamo rendere un servizio, modesto ma reale, al nostro paese, dicendogli come meglio possiamo che la libertà è, sì, un fatto morale, civile e politico, ma anche un fatto spirituale, che ha a che vedere con Dio, che ci libera dal male e da ciò che la Bibbia chiama «peccato», cioè da ciò che in un modo o nell’altro soffoca dentro di noi le tre libertà più grandi e più belle dell’esperienza umana: la libertà di credere, la libertà di sperare e la libertà di amare (1).

3. La pratica della libertà. Come sono tante le manifestazioni della libertà, così sono tanti, ma proprio tanti, i modi in cui la si può praticare. Mi limito qui a segnalare il principale, che è quello che sta a cuore al nostro lettore e l’apostolo Paolo e Lutero hanno messo in luce: la libertà di servire. A prima vista si potrebbe pensare che tra libertà e servizio c’è contraddizione: o si è liberi o si è servi; non si può essere, al tempo stesso, liberi e servi. L’Evangelo afferma il contrario: non solo non c’è contraddizione tra libertà e servizio, ma il servizio è la più alta forma della libertà. Non sei mai tanto libero come quando servi – s’intende se non vi sei costretto dalla condizione sociale o da altre situazioni che te lo impongano. Se e quando il servizio è figlio della libertà, ne è la manifestazione suprema. Ma che libertà è questa che non è mai così grande come quando si manifesta nel servizio? È la libertà di Gesù che, essendo il Signore, è venuto «non per essere servito, ma per servire» (Marco 10,45). Servire chi? Servire Dio servendo il prossimo. Servire come? Aiutando il prossimo nei suoi bisogni primari, e la libertà, come il pane e il vestito, è un bisogno primario. Tutti amano la propria libertà, pochi amano quella degli altri. C’è anche – ed è molto frequente – un uso egoistico della libertà, da cui ci può liberare solo il nesso tra libertà e servizio. Amare e servire la libertà degli altri, aiutandoli, se ne siamo capaci, a renderla più grande e più vera, è forse il servizio maggiore che possiamo rende al nostro prossimo, qui e oggi, nel nostro paese. È questa la terza risposta alla domanda del nostro lettore. E termino riportando (senza tradurle per non sciuparle), le due strofe finali di una bellissima poesia di Paul Éluard (1895-1952), intitolata appunto Liberté, pubblicata nel 1942:

Sur la santé revenue
Sur le risque disparu
Sur l’espoir sans souvenir
J’écris ton nom.

Et par le pouvoir d’un mot
Je recommence ma vie
Je suis né pour te connaïtre
Pour te nommer

Liberté.

__________________
(1) C’è una bellissima predicazione di Bonhoeffer sulla libertà nel suo rapporto con la verità: «La verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32), tenuta a Berlino nel 1932. Esiste una sua versione, sufficientemente ampia ma purtroppo non completa, in Dietrich Bonhoeffer, Memoria e fedeltà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 1995, pp. 103-112.

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 18 gennaio 2013

 
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