Gesù di Nazareth dice sostanzialmente quattro cose:
1) Dio è Spirito, che quindi non c’entra con la materia, che l’Energia ha formato in miliardi di secoli.
2) Dio è il Padre nostro, cioè di tutti: tutti sono suoi figli e tutti, chi più chi meno, hanno un po’ di Spirito.
3) «Ama il tuo prossimo»: è la via del Bene, che egli ci suggerisce. Se la seguiamo, ci porta a lui.
4) Al ladrone sulla croce ha detto: «Oggi sarai con me in paradiso». È il ritorno al Padre e l’abbandono definitivo della misera materia.
È lo Spirito che ci ispira fin dai tempi più remoti, quando gli uomini primitivi già sapevano che ci doveva essere qualcosa al di sopra e al di fuori di loro. Nessuna donna ha mai raccontato quello che le donne hanno fatto attraverso i secoli per il bene di figli, mariti, genitori. Bravo Lutero per aver protestato, ma non per il sola Scriptura, portatrice di infiniti dissidi. C’è una sola religione: volersi bene al di fuori di ogni formalismo ecclesiastico.
Cecilia Gay – Torre Pellice
Ps: L’unica preghiera è: Grazie!
Benché questa lettera sia benvenuta come lo sono tutte quelle indirizzate a questa rubrica, confesso di aver avuto qualche difficoltà a capire la ragione che ha spinto la nostra lettrice a scriverla e a spedircela. Di solito le lettere sollevano problemi e pongono domande, alle quali cerco di rispondere. Ma questa lettera non solleva problemi (almeno a prima vista) e non contiene domande; formula invece delle tesi molto precise nelle quali l’autrice riassume le sue convinzioni riguardo a quella che un tempo si chiamava «l’essenza del cristianesimo»: sono quattro punti, che la nostra lettrice condensa ulteriormente nell’affermazione conclusiva: «C’è una sola religione: volersi bene al di fuori di ogni formalismo ecclesiastico». Benissimo! Ma la domanda ritorna: perché mandare una lettera di questo genere alla rubrica «Dialoghi»? Immagino (ma è solo un’ipotesi) per due ragioni. La prima è il desiderio di veder discussi i quattro punti della lettera e le altre affermazioni che essa contiene. La seconda (implicita) è, appunto, di sollevare il problema dell’«essenza del cristianesimo»: che cos’è, in sostanza, la fede cristiana? Che cosa significa essere cristiani «al di fuori di ogni formalismo ecclesiastico», cioè – se capisco bene – al di fuori di ogni appartenenza, più o meno formale, a questa o quella confessione? Esamineremo ora anzitutto i contenuti della lettera e in secondo luogo la questione – non facile – dell’«essenza del cristianesimo».
I. Le affermazioni principali della lettera (i 4 punti), sono tutte evangeliche e cristianamente ineccepibili. Vediamole una dopo l’altra, un po’ più da vicino.
[1] «Dio è Spirito»: lo dice Gesù alla Samaritana: «Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità» (Giovanni 4, 24), e lo dice l’apostolo Paolo: «Il Signore è lo Spirito; e dov’è lo Spirito, ivi è libertà» (II Corinzi 3, 17). Dio è Spirito: che cos’altro potrebbe essere? Se non fosse Spirito, sarebbe un pezzo di mondo. Ma Dio non è un pezzo di mondo, ne è il Creatore e il Signore. E siccome Dio è Spirito, anche il nostro rapporto con lui può solo essere spirituale: è infatti regolato dalla Parola, che è «Spirito e vita» (Giovanni 6, 63), dall’amore, che è «frutto dello Spirito» (Galati 5, 22), e dalla fede, che è suscitata dallo Spirito in noi. È lo Spirito che «investiga ogni cosa, anche le profondità di Dio» (I Corinzi 2, 10), ed è lo Spirito l’anima della nostra anima, il principio e il compimento della vita cristiana. «Dio è Spirito» è dunque una verità sacrosanta. Non mi sembra invece che lo sia la conseguenza che la nostra lettrice trae da questa verità: la conseguenza sarebbe che Dio, essendo Spirito, «non c’entra con la materia». A me pare che c’entri, eccome! Il cuore dell’evangelo cristiano è l’incarnazione: la Parola fatta carne, cioè corpo. Gesù non era un angelo, aveva un corpo fisico e materiale come il nostro. Ed è risorto con un corpo che è, sì, spirituale, ma pur sempre un corpo. La materia, secondo il Nuovo Testamento, non è abbandonata, ma visitata e trasfigurata. Proprio questa è l’opera dello Spirito: trasfigurare la materia.
[2] La seconda affermazione è: «Dio è il Padre nostro, cioè di tutti». Lo ha detto anche Gesù: «Voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli»(Matteo 23, 8-9). Anche qui gli fa eco l’apostolo Paolo: «V’è un Dio unico e Padre di tutti, che è sopra tutti, fra tutti ed in tutti» (Efesini 4, 6). È molto importante questo «tutti», ripetuto quattro volte. Dio è unico, ma è per tutti, anzi è per tutti proprio perché è unico. Tutti sono creati «a sua immagine e somiglianza», e in ciascuno c’è come un’impronta – quella di una comunione forse perduta, ma non completamente cancellata e di nuovo possibile – una specie di orma di Dio, che può certo essere rimossa o negata, ma può anche diventare ricerca, ricordo, nostalgia, attesa, anelito, invocazione.
[3] «Ama il tuo prossimo»: è il secondo, grande comandamento con il quale Gesù ha riassunto tutta la legge ed i profeti; il primo è «Ama Dio con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua». L’amore di Dio e del prossimo è indubbiamente il contenuto principale del cristianesimo. Non c’è nulla di più grande, nulla di più bello, nulla di più importante dell’amore, perché «Dio è amore, e chi dimora nell’amore dimora in Dio, e Dio dimora in lui» (I Giovanni 4, 16). Nell’amore non siamo soltanto davanti a Dio, o orientati verso Dio, ma siamo in Dio, e lui in noi. «L’amore non verrà mai meno»(I Corinzi 13, 8). Tutto finirà, tutto cesserà, tutto svanirà, tranne l’amore. Anche la fede finirà, perché ci sarà la visione di ciò che, senza vederlo, abbiamo creduto. Finirà anche la speranza, perché ciò che abbiamo sperato sarà realizzato. Solo l’amore non finirà. Finirà tutto ciò che è imperfetto, parziale e provvisorio, ma l’amore è già la perfezione, è già definitivo, è già la pienezza della vita. Chi ama è passato dalla morte alla vita. L’amore è quindi il vertice della vita cristiana. Cartesio diceva: «Penso, dunque sono» (Cogito, ergo sum), che certo è una verità. Ma forse c’è una verità anche più grande, che è questa: «Amo, dunque sono»: l’essenza della vita non è il pensiero, ma l’amore. Però forse c’è una verità ancora più profonda, ed è: «Sono amato, dunque sono».
[4] «Oggi sarai con me in paradiso» dice Gesù al ladrone (forse un partigiano palestinese) sulla croce. Anche questa è una verità cristiana fondamentale: Gesù, dopo la nostra morte, ci prende con sé nel suo Regno. Viene la Morte con la sua falce e inesorabile ci ghermisce, ma Gesù le strappa la sua preda, perché apparteniamo a lui in vita e in morte (anche nella morte non apparteniamo alla morte), con il corpo e con l’anima (anche con il corpo, non solo con l’anima). È lui il nostro Buon Pastore che dice: «Le mie pecore non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano» (Giovanni 10, 28). Il ladrone non sperava tanto, gli bastava di non essere dimenticato. «Ricordati di me…» aveva chiesto a Gesù (Luca 23, 42). Non sapeva ancora che il ricordo di Gesù è così potente da tirarci fuori dal sepolcro e ricongiungerci a lui per sempre, affinché si adempia quello che aveva detto: «Voglio che dove sono io, siano anche quelli che tu, Padre, mi hai dato» (Giovanni 17, 24). Aveva dunque ragione Lutero di dire a coloro che sono in lutto: «Non pensate ai vostri cari defunti nella tomba, pensateli in Cristo». Anche il ladrone dobbiamo pensarlo in Cristo? Sì, anche lui, soprattutto lui, che ora ci precede nel regno dei cieli. Gli ultimi diventano primi e i primi ultimi. Dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata. Dio non salva dei peccatori finti, ma dei peccatori veri, perché la sua grazia non è finta, ma vera. E il perdono del ladrone, per il quale Gesù muore, gli apre le porte della vita eterna.
Come si vede, i quattro punti della nostra lettrice sono altrettante verità fondamentali dell’evangelo, che tutti i cristiani, credo, condividono. Personalmente non condivido invece il giudizio negativo che la nostra lettrice dà del sola Scriptura di Lutero (e di tutta la Riforma), cioè del principio secondo cui «solo la Scrittura» è l’autorità ultima, superiore a tutte le altre, per la fede e la vita della Chiesa. La nostra lettrice ritiene che questo principio sia stato la causa di «infiniti dissidi». Non è così: la Bibbia è sempre stata oggetto di molte e diverse interpretazioni, ma questo è normale e persino salutare. Anche i dissensi e le divergenze sono normali, purché siano dettate da una ricerca sincera di ubbidienza al testo biblico. In realtà il sola Scriptura è stato, è oggi e sarà sempre la fonte di una immensa benedizione: quella di conoscere il messaggio cristiano genuino e di adottarlo come norma e criterio di un cristianesimo il più fedele possibile alla sua vocazione originaria. Il sola Scriptura non vuol dire che il cristiano non legge altro che la Bibbia, ma vuol dire che per la fede di un cristiano nessuna parola umana o ecclesiastica ha un’autorità superiore a quella della Bibbia.
II. Resta poco spazio per rispondere al secondo quesito, che ne meriterebbe molto di più: qual è, in fin dei conti, l’essenza del cristianesimo? La nostra lettrice risponde con la sua affermazione conclusiva; «C’è una sola religione: volersi bene al di fuori di ogni formalismo ecclesiastico». Si può anche essere d’accordo con lei: come s’è detto sopra al punto 3, l’unico comandamento dato da Gesù è di amare, cioè di «voler bene» a Dio e al prossimo. Non bisogna però dimenticare il fondamento di quest’unico comandamento, e il fondamento è l’amore di Dio per il mondo («Dio ha tanto amato il mondo…» – Giovanni 3, 16), suggellato da Gesù con il dono della sua vita («Nessuno ha amore più grande che quello di dare la sua vita…» – Giovanni 15, 13). L’amore di Dio, più che il nostro, è «la sola religione», sicuramente «al di fuori di ogni formalismo ecclesiastico». La croce, come si sa, era fuori della «città santa», e ben lontana dal Tempio.
Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 29 giugno 2012 |